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Il Fisco mette alle corde l’Italia delle case rurali

da il sole 24 ore di Saverio Fossati

Un bottino di tutto rispetto ma, soprattutto, una grande nuova base imponibile su cui “giocare” con le aliquote negli anni a venire. Mentre la prima casa rischia di uscire definitivamente dal gioco con le nuove detrazioni Ici, sulle seconde case potrebbe scatenarsi una tempesta. Perché di seconde case si tratta, in buona parte: su 3,9 milioni di fabbricati ufficialmente dedicati a scopi agricoli, 1,3 non servono più a coltivare. E dalla loro tassazione il Fisco si aspetta almeno 750-800 milioni all’anno fra Irpef e Ici.

Sono le ex case di nonni e bisnonni che i nipoti, ormai inurbati, usano per le vacanze o i week end o semplicemente lasciano andare in rovina. Ma sono abitazioni, ormai. In qualche caso legnaie e rimesse. Ma più spesso rustici con piscina. E da zero a 500-600 euro all’anno di imposte, in media, il passo non è breve. Può sembrare strano, infatti, ma su quelle case non si pagavano tasse. Nel 1931, quando venne riordinato il Catasto sotto la ferma guida ideologica di chi vedeva i contadini come il motore alimentare e demografico di una più grande Italia, si dichiarò per legge che le tasse si pagavano solo sul terreno. Cioè, in sostanza, sul tipo di coltivazione.

Dalla fine del dopoguerra, però, i contadini hanno cominciato a lasciare la terra per scendere in città, in fabbrica. Così, a fine degli anni ‘70, le campagne spopolate erano ormai “preda” dei cittadini e, negli anni ‘90, di chi cercava di mettere in piedi business agrituristici. Intanto, però, pochissimi si curavano di quelle vecchie norme del 1931 che imponevano di comunicare al Catasto le variazioni occorse ai fabbricati: prima fra tutte, il fatto che non fossero più adibiti a uso agricolo. E senza Catasto niente tasse: quegli immobili risultavano semplicemente come un quadratino sulle mappe. Così per decenni.Ora, però, il Fisco vuole stringere le briglie. E il Dl 262/2006 ha fissato al 30 giugno 2007 (con proroga poi al 30 novembre) l’ultimo appello per la denuncia dei fabbricati che non possono più essere considerati rurali. La stima è di 1,3 milioni ma si tratta di un dato tutto da verificare: potrebbero essere anche di più. Certo, di quei 5,5 milioni di fabbricati rurali esistenti nel 1995 una fetta (circa 1,5 milioni) aveva usufruito del condono edilizio-fiscale. Ma l’agenzia del Territorio ha stimato che ce ne siano quasi altrettanti ancora da sistemare.

Ma quali sono i requisiti che oggi garantisco la ruralità e, quindi, l’esenzione delle imposte? È difficile pensare di averli se non si è effettivamente un agricoltore: ci vuole almeno un ettaro di terreno, la metà del reddito del proprietario o possessore deve avere natura agricola e l’immobile deve essere usato come casa dei coltivatori o per scopi agricoli.
Per chi non rientra nella categoria “verde” oltre alle tasse future scattano anche gli arretrati e gli interessi: fino a cinque anni dalla data della
variazione (sempre però con il limite della prescrizione quinquennale). Ed è inutile mentire sulla dichiarazione: incrociando i dati Comuni e agenzia delle Entrate possono verificar facilmente quanto meno l’esistenza del requisito reddituale. C’è però da sperare in un atteggiamento clemente, almeno da parte delle Entrate, non foss’altro per l’immane sforzo burocratico che occorrerebbe per 1,3 milioni di controlli.
 

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