Mutui e prezzi: perché pesano tanto soprattutto in Italia
6 Dicembre 2007 | postato da: redazione | Osservatorio Mutui
da www.panorama.it di Renzo Rosati
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Seicentocinque miliardi di dollari, il 2,2 per cento del Pil. È l’ultima stima dell’impatto della crisi dei mutui subprime (prestiti immobiliari ad alto rischio) sugli Usa e sull’Europa. Cifre e percentuali fredde che diventano però molto calde quando le misuriamo di mese in mese nelle nostre tasche.
A novembre l’inflazione è salita al 2,4%, il livello massimo dal 2004. Ma se guardiamo ai rincari dei generi di prima necessità , alimentari e carburante (per l’auto e per riscaldamento) scopriamo che siamo abbondantemente tra il 5 e il 10%. Se poi aggiungiamo i mutui, siamo all’emergenza: l’Euribor, il tasso al quale le banche si prestano il denaro tra loro, è appena salito al 4,8%, lo 0,8 in più del tasso di sconto praticato dalla Bce, la banca centrale europea. Il livello massimo dal 2001. All’Euribor sono appunto agganciati i mutui, con l’aggiunta dello spread praticato dalle banche italiane: una percentuale, quest’ultima, che oscilla intorno all’1% e che porta il tasso di un mutuo quasi a sfiorare il 6%.
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Secondo gli esperti lo spread praticato dalle banche italiane, oltre ad essere il più alto d’Europa, è ingiustificato. Le banche italiane fanno pingui profitti (forse anche grazie a queste salatissime commissioni) e si impegnano più a sostenere le grandi industrie che non i piccoli risparmiatori. Il governo, che promette di tenere sotto controllo il carovita, potrebbe dimostrare di voler fare sul serio intervenendo sugli istituti di credito. Gli strumenti non mancano senza scomodare il vecchio dirigismo. Stessa cosa per la Banca d’Italia e per le varie authority di cui è ben provvisto il Paese.
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Ma al di là e al di sopra di tutto ciò si è messo in moto un meccanismo perverso che riguarda l’economia mondiale, in particolare quella europea. La crisi dei mutui subprime sta provocando un problema di liquidità : insomma, le banche stringono i freni e riducono il credito. Ciò che è diverso tra Usa ed Europa è il modo con il quale le autorità monetarie affrontano la crisi.
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La Federal Reserve americana ha annunciato una politica di riduzione del costo del denaro: i tassi potrebbero scendere al 4,75% o addirittura al 4,5% nelle prossime settimane. La Bce, al contrario, tiene i tassi sull’euro fermi. Sono al 4%, più bassi di quelli americani; ma in una situazione radicalmente differente rispetto all’economia Usa. In Eurolandia la crescita è lenta, lentissima; e così i consumi. La nostra moneta - l’euro - è al contrario forte:vale già il 50% in più di un dollaro, e se la Fed riduce i tassi il biglietto verde si deprezzerà ancora, facendo di conseguenza salire l’euro.
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Il motivo di questo approccio differente tra Usa e Europa sta nel fatto che oltreoceano sia la Fed sia il Tesoro hanno come obiettivo prioritario la crescita economica; qui la Bce ha come missione la guerra all’inflazione: un retaggio della vecchia Bundesbank tedesca. Ma rafforzando oltre misura l’euro si paralizzano le esportazioni (e penalizzata è soprattutto l’Italia, che esporta griffe di moda ma non tecnologia), le aziende si rifanno tenendo bassi gli stipendi, mentre le banche provvedono aumentando gli interessi alla clientela.
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Insomma, una spirale nella quale l’alto costo del denaro, che dovrebbe scoraggiare l’inflazione, provoca invece l’aumento del carovita. E che vanifica, per esempio, i benefici del dollaro debole sul rialzo del petrolio: il barile è quotato in greggio, ma noi paghiamo le bollette in euro.
Il governo ha davvero le mani legate? Sì per quanto riguarda la Bce: Roma non ha sufficiente potere d’influenza per alzare la voce contro i “tecnocrati di Francoforte e Bruxellesâ€, come invece stanno facendo Parigi e perfino Berlino. L’esecutivo potrebbe invece darsi una mossa sugli spread bancari; potrebbe, sulla scorta di quanto avviene in America e in Francia, costituire un fondo di sostegno per le famiglie in difficoltà per i mutui: sarebbe sicuramente più efficace di tutti i microinterventi previsti dalla Finanziaria e dal protocollo sul welfare. Potrebbe, anzi dovrebbe, tenere d’occhio i prezzi al dettaglio. E dovrebbe sicuramente dare l’esempio, cominciando a eliminare le tasse improprie sulle bollette pubbliche: dove si continua per esempio a pagare l’Iva sul canone, sulle imposte e su addizionali fiscali varie. Cioè tasse sulle tasse.
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Dicembre 7th, 2007 at 10:01
Ho letto con interesse questo articolo che hai riportato. A tal proposito volevo chiederti: che ne pensi della piattaforme per il social lending e i prestiti p2p, come ad esempio Boober.it? Secondo te sono una buona soluzione o è l’ennesimo miraggio che lascerà noi utenti (qualcuno dice “utonti”) a bocca asciutta?
Dicembre 7th, 2007 at 10:28
Credo sia l’ennesimo miraggio. Ma, con una forte dose di ottimismo mi auguro sia una buona soluzione.