Mercato immobiliare: l’ora dei pessimisti
28 Marzo 2008 | postato da: redazione | Mercato Immobiliare | letto: 248
da www.ilsole24ore.com di Mario Margiocco
I veri ottimisti sull’esito della crisi subprime e dei prodotti finanziari derivati erano merce rara già a fine gennaio 2008 al summit economico di Davos. Pochi fra i maggiori economisti, tra quelli che non vedono poi così nero, vogliono oggi azzardare un’opinione che potrebbe costare un Nobel.
Fino a ieri, la vera differenza era tra chi pensava che il costo finale della crisi sarebbe stato di circa 300-400 miliardi di dollari, e chi invece parlava di 600 o 800 miliardi. Le analisi tecniche non consentivano di andare oltre e indicavano prima nei 200 e poi nei 400 miliardi le perdite da subprime e da prodotti derivati. Inizialmente la Fed, ottimista, aveva suggerito 30 e poi 100 miliardi.
Si parla soprattutto degli Stati Uniti, al momento, ma i contagi già ci sono e anche in Europa, come ieri ha ricordato il Governatore Bce Jean-Claude Trichet. Oggi una prima differenza è fra chi ritiene che le banche centrali possano salvare la situazione, e chi pensa che Governi e contribuenti dovranno fare fronte. A marzo poi le cifre, sempre stime per ora e anche un po’ a istinto, sono cambiate. C’è chi vede alla fine le perdite sotto i mille miliardi di dollari e chi teme potranno arrivare ai 1.600-1.700 miliardi. Tra questi ultimi c’è chi agita, forse impropriamente, lo spettro del ‘29, che fu una crisi diversa, e con l’unica banca centrale che avrebbe potuto davvero contrastarla - la Federal reserve americana - troppo inesperta dopo appena un quindicennio di vita per assumere la leadership. Oggi le banche centrali hanno esperienza e mezzi diversi. Ma il dubbio che questi mezzi siano sufficienti esiste.
La scuola dei pessimisti ha tre figure che, per motivi diversi, si staccano dal resto.
Un precursore. Si tratta del grande storico dell’economia Charles P. Kindleberger, scomparso nel 2003, ma che in una delle ultime interviste fece a tempo a lanciare nel 2002 un allarme. Disse che la bolla speculativa immobiliare americana stava sfuggendo di mano e che le due finanziarie semi-pubbliche, Fannie Mae e Freddie Mack, che cartolarizzano mutui, si stavano gonfiando come rane a primavera, pronte a scoppiare: oggi il destino di Fannie e Freddie è la cartina di tornasole della crisi.
Poi c’è un proto-pluri-pessimista, che però finora ha avuto più ragione che torto. È Nouriel Roubini, 50 anni, professore alla Stern school of business della New York University. È stato il primo a parlare di una voragine da 1.000 miliardi, cifra ora ritenuta non più peregrina, e da lui circostanziata il 5 febbraio scorso sul suo blog Rge (Roubini’s Global EconoMonitor), ormai affermatissimo. Poi, due settimane fa, ha alzato la posta a ben 3mila miliardi di dollari. Forse troppi. Non tutti l’hanno seguito. Già un anno fa esatto, il 15 marzo 2007, comunque Roubini toccava il punto nevralgico, fra grande scetticismo: il rischio di contagio da subprime per i prodotti dell’ingegneria finanziaria da cartolarizzazione dei mutui (Rmb e Cdo) e per l’intero settore dei derivati.
E infine, compagno di strada di Roubini nel lanciare a lungo un inascoltato allarme, un maestro del mercato immobiliare, Robert Shiller, di Yale. Shiller denunciava da anni lo stacco irrazionale fra le valutazioni delle case e i costi di terreno e costruzione, e ricordava, inascoltato, che non sempre i prezzi delle case crescono: scesero inesorabilmente negli Usa dal 1925 al 1933, iniziando la discesa già ben prima del crollo del ‘29. «Il 2008 - diceva a novembre in un’intervista a questo giornale - sarà il primo anno generalizzato di crollo dei prezzi immobiliari in tutti gli Stati Uniti, per la prima volta da quasi 80 anni». Shiller tuttavia non è negativo come Roubini e come il Nobel Edmund S. Phelps sull’innovazione finanziaria, che molti accusano di aver amplificato il disastro dei mutui. «Nel complesso l’innovazione finanziaria si è dimostrata una buona cosa - dice oggi Shiller - e potremmo averne bisogno per affrontare la prossima crisi».
La scuola dei pessimisti è oggi la più ascoltata e deve annoverare accanto a Roubini anche Stephen Roche, già capo economista di Morgan Stanley e oggi responsabile per l’Asia della banca d’affari. E Paul Krugman, docente a Princeton. Più che alle cause della crisi è stato attento alle sue conseguenze, ed è in prima fila fra quanti invocano un chiaro intervento pubblico, ispirato alle politiche roosveltiane, per alleviare i disastri. È in linea con la proposta di Hillary Clinton per un fondo da 30 miliardi di dollari per aiutare i mutuatari che rischiano di perdere la casa.
Anche in Europa non mancano i pessimisti. Il francese Nicolas Baverez parla di una crisi nata negli Stati Uniti ma legata ormai alla mondializzazione e che «eccede le capacità delle banche centrali… e degli stessi Stati Uniti e non può essere risolta senza un’azione coordinata delle democrazie sviluppate, in particolare Europa e Giappone, e dei Paesi emergenti, la Cina in testa». In Italia il pessimismo vede convergere due protagonisti spesso su posizioni diverse. Carlo De Benedetti, finanziere ed editore, ha scritto ieri sul Sole 24 Ore un’analisi molto preoccupata: la Fed si è mossa bene ma ha risorse che potrebbero non bastare, e il mercato non può essere la risposta a qualunque problema. E Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia: «Questa è una crisi con la C maiuscola, purtroppo e per troppi versi simile a quella del 1929… se ne può uscire solo con una nuova Bretton Woods, riscrivendo le regole dell’economia mondiale».
Sempre fra i pessimisti e sul piano teorico, Edmund S. Phelps, 74 anni, Nobel 2006 e docente alla Columbia di New York, ha portato un attacco frontale alle premesse stesse del sistema che ha generato i derivati (si veda Il Sole 24 Ore del 18 marzo, pagina 2). I prodotti finanziari promettevano di annullare i rischi, frutto ultimo ed estremizzato della scuola delle “aspettative razionali” che considera l’economia pienamente comprensibile e quindi prevedibile.
A questa scuola sono cresciuti sia Alan Greenspan che Ben Bernanke, ex ed attuale presidente della Federal reserve americana, convinti che banca e mercati possono creare un sistema prevedibile. Greenspan, a suo tempo amico dell’innovazione finanziaria e lento a capire la crisi subprime, dice adesso che siamo nella peggior crisi degli ultimi 60 anni e che non esistono modelli sicuri per evitare i rischi. E Bernanke si comporta come detta la gravità del caso. Sono ottimisti pentiti.
Gli ottimisti genuini sono rari oggi negli Stati Uniti, epicentro della crisi. La tradizionale differenza tra chi ritiene che il mercato possa correggersi da solo, abbassando i prezzi, e chi ritiene necessario un intervento è sbilanciata dopo le mosse della Fed che ha profuso liquidità. Walter Prescott, Nobel 2004, è stato fino all’ultimo ottimista sull’economia e ritiene che meno si interviene meglio è. La nutrita scuola delle “aspettative razionali” parla poco di questi tempi, a fronte dell’irrazionalità dei mercati.
In Europa i toni sono diversi perché giustamente ci si preoccupa prima di tutto delle ricadute, che per ora sembrano attutite dall’euro e dalla Bce. Il caso islandese, una delle più piccole economie dell’area dove la banca centrale deve difendere la valuta che perde terreno, potrebbe essere sia frutto della crisi finanziaria che dei conti con l’estero squilibrati. Forse suona l’allarme, e forse non proprio. Innocenzo Cipolletta, economista e presidente di Trenitalia, vede il caso americano come una inevitabile correzione di eccessi di spesa e indebitamento, e l’Europa relativamente, salvo sorprese, al riparo, con l’Italia che offre «tutti i presupposti perché si eviti una recessione». Norbert Walter, capo economista di Deutsche Bank, crede che alla fine gli Usa supereranno la crisi e il dollaro «risorgerà ancora». Mentre per l’economista Stefano Micossi c’è da aspettarsi dagli Stati Uniti «ulteriore instabilità e nuova inflazione» data la politica di grande liquidità seguita dalla Fed. Mentre in Europa, per fortuna, regge «il modello Trichet di gestione prudente in un’ottica di periodo più lungo».










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