E’ in tutte le librerie guida della campania. seguirà comunicato stampa e invito di presentazione. grazie per l’attenzione. Nadia
 Galere è una raccolta di storie di strada. Ballate che seguono le orme dello scrittore napoletano Peppe Lanzetta che ne firma la prefazione. Segue un messaggio scherzoso della scrittricce Rossana Campo e una lettera del vescovo Rafaelle Nogaro,”curiosa” introduzione a queste storie maledette.
I diavoli e l’acqua santa, in sostanza. Le galere quotidiane a cui fa riferimento l’autrice non sono le brutte storie di povertà , di furti, di tossicodipendenza, di pedofilia, di prostituzione, di segregazioni nei ghetti come quello di Villa Literno o nei cosidetti Campi Nomadi , magari nel’inferno di Scampia, ma anche quelle che rinchiudono le persone nel pregiudizio, nello stereotipo; oppure quelle di ognuno di noi in preda alle passioni.
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Nadia Marino è nata a Napoli città nella quale si è laureata in filosofia. Vive a Caserta. Come giornalista pubblicista ha scritto per numerose testate (tra cui il Mattino, Lo spettro, Le province, Romano Lil, Suk, il corriere di Caserta, telecapri, Cdstv, Tele Alternativa. E’ stata attiva nel Forum antirazzista campano.Ha fondato la Ong Cidis e l’Opera Nomadi in terra di lavoro,dell’O.N. è presidente di sezione. Ha lavorato con la Fish, nella lega problemi Handicappati, nella FederHand, nel centro di documentazione Multiculturale di Marcianise, nella cooperativa sociale L’aquilone di Secondigliano, ed in altre associazioni di volontariato come operatrice sociale occupandosi di immigrazione, malattie mentali, handicap. Ha fondato la rivista Frammenti, facendo parte del comitato di direzione; il giornale luna storta per riabilitazione psichiatrica all’asl ce1. Direttrice anche del cafè,magazine umoristico. Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “Contaminazioni” con Spazio Donna-telefono Rosa, un breve romanzo dal titolo “Percorsi” (edizione Oppure). Ha realizzato un documentario sulle comunità Rom campane intitolato “I figli del vento” e come fotografa una mostra a S.Maria La Nova per il comune di Napoli, nella giornata della Memoria.
Prefazione
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Un giorno stavo in auto ad aspettare. Non sapevo cosa fare così presi una cartellina che mi aveva dato una giornalista alla presentazione del mio romanzo “Giugno Picassoâ€. Conteneva poesie che non avrei letto mai, se non le avessi trovate davanti in un momento di noia, anche se conoscevo la giornalista da anni. Eravamo amici. Iniziai a leggere queste ballate e man mano che leggevo mi sembrava di averle scritte. Leggevo delle Vele di Scampìa, delle storie dei tossici, degli zingari, dei neri, di puttane e travestiti, della passione, e vedevo i luoghi del mio Bronx napoletano, quelli descritti nei miei libri. Rimanevo sempre più stupito dalla somiglianza delle storie, dal senso di appartenenza che mi emozionava leggendo. Allora, ancora sotto l’emozione del momento, le telefonai e le dissi con enfasi: “Ma tu sei un poeta!†Lei farfugliò qualcosa , mentre io aggiungevo che alcune sue ballate sembravano scritte da me e che quindi mi sentivo in diritto di rubarle per utilizzarle nei miei spettacoli teatrali. Intanto lei mi spiegava che non erano versi con una metrica o che si affannavano a cercare delle rime. “Di solito i poeti pensano a cosa vogliono esprimere e poi traducono in rima, a me succede il contrario. Accade che le parole rincorrendosi, e affastellandosi mediante assonanze e inquietudini, simpatie e antipatie, si mescolino, talvolta per suggerirmi mediante le rime, con scherzi e intrecci, i concetti, le metafore, talaltra per evocarmi immagini, con allegorie, suoni, pensieri, storie di personaggi. Come per magia. Ecco, proprio così! Talvolta per scrivere una ballata c’impiego dieci minuti, altre volte dieci anni. Limando fino alla nausea ogni parola fino ad incastrarla per bene. Sono scorie d’emozioni, le mie, che si rapprendono in una sintesi musicale, a volte con una melodia, altre volte come nota di uno strumento (tipo un cavallo impazzito che scalpita e nitrisce) che si mette a svisare nella bandâ€. Ecco in sostanza come nascono queste ballate, simili alle mie di Ridateci i sogni. Però le galere quotidiane a cui fa riferimento l’autrice non sono solo le brutte storie di povertà , di furti, di tossicodipendenza, di segregazioni nei ghetti, come quello di Villa Literno o nei Campi Nomadi, magari nell’inferno delle Vele di Scampìa. Sono anche le galere che rinchiudono le persone nel pregiudizio, nello stereotipo; oppure quelle di ognuno di noi in preda alle passioni. I momenti in cui si finisce per essere personaggi alla deriva per situazioni che ci fanno cadere nella fossa dei serpenti, nella quale si soccombe oppure dalla quale si esce più autentici, più umani. Dalle galere delle roulotte ad un ottimismo a lei congenito, quello degli idealisti, dei pazzi, la cui icona dei girotondi, posta a retro di copertina, è tutto un programma. E i girotondi sono quelli che ci prospetta una società multietnica in una città solidale e gioiosa.
Peppe Lanzetta, scrittore, attore.
Pensano di lei
Eccomi a te bambola! mi piacciono le tue ballate, sai, forte quella del tossico, e anche quella su peppe mi piace molto, anche se trovo che la ballata che hai dedicato a me è moooooolto meglio ah ah ah e il bello eè che su quello che scrivi non ti posso dare consigli, hai trovato il tuo ordine disordine interno,politico,erotico, hai trovato la tua voce e il tuo ritmo.
La maggior parte della roba che si scrive in Italia ha perso qualunque utopia, ha perso forza d’opposizione per scadere a testimonianza mediatica. Tu invece, cristo se sei pazza ! mi piaci.
secondo me sei forte.
di che segno sei?
baciÂ
Rossana Campo scrittora
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Nadia, lei è ancora giovane anagraficamente, ma possiede un’ artegià esperta. Ho letto con trasporto i suoi racconti cosi profondi e cosi drammatici. Talora, mi sono trovato in un mondo inquieto, che non riuscivo a far rientrare nella mia sensibilità , ma sempre bello perchè intimamente sincero.
Lei è una maestra della fantasia. E la sua scrittura diventa magica ,perhè lascia trasparire nel sogno lo spirito della natura e della storia. Eppure è decisamente realista.
Credo che scrivere sia il suo destino perchè ha un messaggio da comunicare.
Le auguro di cuore tutte le soddisfazioni morali.
dott. Nadia, chiedo scusa per i miei interventi a scadenzeimprevedibili, ma i miei sentimenti di stima sono sempre vivi.A questi si aggiuncono i gesti dell’ammirare una scrittrice così vigorosa,che vede le cose,le capisce, le vive e le traduce nel loro stato incandescente e, tuttavia,pieno di immaginazione e di dolente poesia.”Percorsi” per me un testo “scabroso”, ma letterariamente è realismo. L’architettura narattiva è condotta con grande sapienza. La scrittura è sempre scattante e agilissima. So che continuerà a scrivere perchè questa attività è la sua vocazione, ma so,sopratutto,che darà ottime prove. Le auguro ogni bene.
Mons.Raffaele Nogaro
vescovo di Caserta
Anticipazioni:
Scampìa, ohi MarìA Scampìa c’è una salumeria dove puoi comprare siringhe
e spicchi di limone fresco già tagliati giusto per una pera.
A Scampìa i palazzi sono a forma di vele, si alzano e si abbassano
e i ragazzi sono a forma di rete: tanti buchi e poca speranza.
A Scampìa se giri in motorino rischi di essere ammazzato
se vuoi ammazzare qualcuno giri armato per legittima difesa.
A Scampìa è facile cadere nei luoghi comuni come sto facendo
ma è facile anche uscirne o rimanere nella marginalità per sempre.
A Scampìa si parla sempre di bonifica ma la monnezza si moltiplica
come i pani e i pesci del miracolo, e il parroco distribuisce viveri
in parrocchia agli italiani, ma agli zingari no, perché danno nomi falsi.
A Scampìa i campi non sono di grano, ma di nomadi
e i nomadi sono stanziali, come cambiali in protesto,
ma se protestano la camorra s’incazza e incendia tutto.
A Scampìa le parabole non sono bibliche ma satellitari
e gli schiavi sono neri alla rotonda, rossi come le rose canine
se reclamano diritti, bianchi come le morti sui cantieri.
A Scampìa sui davanzali non trovi vasi di basilico
ma spaccio di droga, bustine già tagliate in vetrina.
Qualcuno chiama Maria per avvertire che è arrivata la polizia.
E l’Intifada la fanno le donne per proteggere i boss.
E la fata Morgana è una puttana ruffiana, ma gentile.
E vicino ai cassonetti del Terzo Mondo, che è un quartiere,
puoi trovare quattro sedie senza fondo da impagliare.
Tra i rifiuti come tartufi a saper fiutare non solo cani.
Al semaforo di Scampìa c’è Goran dalla pancia che danza
sotto al sole stanco adora la madre come fosse Madonna:
“frisc’allanema ‘e tutt’e mmuort’ tuoje, signora, ti prego,
ti supplico, dammi un euro per comprare paninoâ€.
MARIAAAA, urlano all’arrivo della polizia …
ma ti sei fermata a Scampìa? Maronna mia.
Cristo si è fermato ad Eboli: e tu addò si’gghiuta?
Ohi Marì, ohi Marì, quanta suonno aggia perso pe’ttè
Famm’addurmì chesta notte abbracciata cu’ ttè.
A Roberto Saviano perché come me sa.
Evelin l’albanese
Evelin, la puttana bambina dormiva con me.
Dopo che una poliziotta l’aveva strappata alla strada.
Lei nella stanza di sotto ed io in soppalco, in comunità .
Da pastorella mungeva le capre in Albania.
Suo padre padrone un giorno la sgridò.
Allora lei imbracciò un fucile e si sparò.
Fortuna volle che, in quel preciso istante,
la madre intervenne, ed il colpo
raggiunse la piccola sotto l’ascella.
Così aveva un buco sotto al braccio.
E le dita della mano facevano i capricci.
Anche lei li faceva quando doveva alzarsi.
Perché di notte scriveva lunghe lettere
ai suoi genitori, che non avrebbe mai spedito,
che avrebbe nascosto sotto il materasso,
e mi avrebbe tradotto dall’albanese.
Sul letto a castello come una regina dispettosa,
stava ore con gli occhi chiusi a beffeggiarmi,
mentre di notte fino all’una mi raccontava,
del suo protettore Gimmy, da lei amato alla follia,
che la montava, la picchiava e diceva:
girati dall’altro lato che ti puzza l’alito.
In Albania andò in ospedale per il buco all’ascella.
Ebbe una strana visita di un poliziotto,
accompagnato dal marito di sua sorella.
Avevano fatto tante domande a questo passerotto.
Una volta guarita, mentre mungeva una capra,
si sentì una coperta sulla testa e tante botte che la stordirono.
Rinvenne e si trovò in un’auto con il poliziotto.
Finto o vero che fosse la portò in una casa isolata.
La violentò tutta la notte, così lei capì, piccolina,
che suo cognato l’aveva venduta come una capra.
All’alba con altri trenta su un gommone raggiunse
l’Italia e fu venduta a Jimmy, il suo amore forever.
Per un anno credette d’essere la sua donna,
perché lui la picchiava e la montava come una moglie.
Le diceva pure: girati dall’altro lato perché l’alito ti puzza.
Un bel giorno arrivò un’altra donna, comprata
dallo stesso padrone Jimmy, tanto amato.
Allora la puttana bambina, rosa dalla gelosia,
piccola come un uccellino, aveva minacciato: o lei o me!
Vedendo che le sue minacce furiose destavano
solo ilarità , era scappata con la poliziotta.
Ora moriva d’amore e le mancava tanto quell’uomo,
per lei pieno d’attenzioni: la picchiava,
la montava come una giumenta, proprio come una moglie!
Le comprava gli stivali di cento mila lire.
L’accompagnava sulla strada di notte.
La chiudeva a chiave in camera come in gabbia.
Con pomodori, acqua e pane asciutto.
E la sera era bello dormire nello stesso letto!
Anche se lui diceva: girati di là che l’alito ti puzza.  Lucchetti e ti penso Paint it black, Rolling Stones e ti penso.
Lucchetto al collo? Lo portava anche il bassista
dei sex pistols, un certo Sid Vicious, madre eroinomane
hippie e padre disgraziato che l’ha abbandonato
a due anni. John Simon Ritchie, questo il suo vero nome,
muore di overdose. Dopo essere finito in galera
per l’uccisione di Nancy, la sua fidanzata.
Icona della rivolta punk. Tu che parli di ribellione
certo dovevi saperlo. Non lo avevi inventato tu.
Qualcuno ti aveva già parlato di lucchetti e
di spade nel cuore, ahimé. Rock duro come la tua testa.
Liberissimo di finire come lui, morto ammazzato da una spada del cazzo. Ma levati dai coglioni, schizzo di eroina
non m’incanti anche se giochi col fuoco, giocoliere.
Trampoliere, mangiafuoco di vite bruciate, terrorista.
Non puoi incantarmi, non devi nella notte di carbone
baciare la stupida della luna di cristallo secernendo
seta come un baco dalla tua lingua assatanata.
Non puoi darle di caramello il leccalecca dei tuoi pensieri
dipinti di nero film dell’orrore spade aguzze denti
di dracula cianuro al limone, cicuta ballerina, varechina
carezzandole i capelli morbidi, moribondo.
Non puoi, lei non vuole piangere quando sarai morto
la stupida della luna di cristallo non piangerà lacrime
né parole, si stenderà al sole e chiuderà gli occhi
cercherà nella bocca il tuo sapore e con rabbia
constaterà che il suo palato l’ha dimenticato.
Vedi come sarà fredda? Quel giorno di più.
Troverà parole, fredde come marmo, ciniche, calibrate
pensate per mille notti di bitume e asfalto bollente
Ti commemorerà con la freddezza di un chirurgo.
Lei saprà trovare parole come un arcivescovo quieto
che recita l’omelia officiando messa. Ti odierà però
non credere, quel giorno ti odierà , non avrà pietà .
Se quel giorno non verrà solo per caso, non per
merito di qualcuno, sarà lo stesso, ora sei cadavere.
La tua lingua sa di papavero appassito, necrofilo.
Le tue mani edera rossa che perde foglie
La tua testa è un motore ingolfato
Le tue orecchie tunnel senza uscita
I tuoi occhi vecchi dagherrotipi ingialliti
Il tuo sesso una fontana pubblica inceppata
Le tue gambe argilla impastata di colla
E se defunto un giorno non sarai più, ancora baci
sulle gote rosee frustate dal freddo della stupida
che ciondolerà dalla sua luna di cristallo.
Chiedi la luna, sciocco, adesso, e ti sarà data.
Mostra fotografica  I figli del vento  Napoli 26 gennaio sala refettorio di S. Maria La Nova l’Opera Nomadi, (giorno della memoria)
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